Un “ultimo Natale di guerra”?

Un titolo che speriamo sia un auspicio, in questo dicembre 2022, in cui un popolo in piena Europa sta soffrendo un periodo tristissimo nel suo “primo Natale di guerra”, un racconto invece di speranza di Primo Levi, “l’ultimo Natale di guerra” che dà anche il titolo a un libro, una raccolta di racconti sparsi scritti nell’ultima parte della sua vita per diversi giornali-riviste.

Lo scrittore e chimico torinese Primo Levi fu imprigionato in Buna-Monowitz, uno dei tre sottocampi di Auschwitz (anche noto come Auschwitz III), per 11 mesi prima che il campo di concentramento venisse liberato il 27 gennaio 1945 dall’Armata Rossa. All’inizio del 1986 (poco più di un anno prima del suo suicidio), Levi rivelò i suoi ricordi sull’ultimo Natale passato in campo di concentramento, un Natale che si annunciava diverso, un Natale di speranza e di consapevolezza che quello sarebbe stato l’ultimo Natale di guerra (i russi stavano avanzando contro le forze tedesche).

Nel libro, l’autore, accanto a storie fantastiche, permeate di ironia, umorismo e situazioni Kafkiane scrive della sua esperienza personale appunto durante un Natale particolare vissuto nel campo di prigionia, un periodo tragico della sua vita così ampiamente descritto nelle sue memorie e nei suoi romanzi più famosi.

Vedi anche la pagina recensioni in questo sito.

Qui un brano,tratto dal suo racconto che dà il titolo alla raccolta (“L’ultimo Natale di guerra”, Einaudi, 2002):
«Fu un Natale memorabile per il mondo in guerra; memorabile anche per me, perché fu segnato da un miracolo. Ad Auschwitz, le varie categorie di prigionieri (politici, criminali comuni, asociali, omosessuali, ecc.) potevano ricevere pacchi dono da casa, ma gli ebrei no. Del resto, da chi avrebbero potuto riceverne? Dalle loro famiglie sterminate o rinchiuse nei ghetti superstiti? Dai pochissimi sfuggiti alle razzie, nascosti nelle cantine, nei solai, atterriti e senza quattrini? E chi conosceva il loro indirizzo? A tutti gli effetti, noi eravamo morti al mondo. (…) Non eravamo più soli: un legame col mondo di fuori era stabilito. E c’erano cose deliziose da mangiare per giorni e giorni. Ma c’erano anche problemi pratici gravi, da risolvere all’istante: ci trovavamo nella situazione di un passante a cui venga donato in piena strada un lingotto d’oro. Dove metterlo? Come conservarlo? Come sottrarlo alla cupidigia degli altri? Come investirlo? (…) Il resto non era del tutto sprecato, qualche altro affamato stava festeggiando il Natale a spese nostre, magari benedicendoci. E comunque, di una cosa si poteva essere sicuri: era quello l’ultimo Natale di guerra e di prigionia.»” [Fonte: Bet Magazine Mosaico, 2015]

Ciò che ci auguriamo oggi è la speranza che anche per un paese martoriato come l’Ucraina, sia non solo il primo, ma anche l’ultimo Natale di una guerra assurda e crudele.

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