Le sette età di Shakespeare e i sette piani di Dino Buzzati: Un parallelo inconsueto.

Premesso che il numero 7 è stato sempre carico di significati simbolici sia nel campo scientifico che religioso ed esoterico. Pensiamo solo ai sette vizi capitali e le sette virtù, ai sette giorni della settimana o ai sette colori dell’arcobaleno e altri numerosi esempi.

Nel famoso discorso in As You Like It (1600), “Come vi piace”, fatto da Jaques, Shakespeare descrive in pochi versi e modo simbolico e parodistico le trasformazioni fisiche che avvengono nell’essere umano man mano che invecchia e definisce sette fasi, ovvero sette età, che registrano gli aspetti più evidenti che caratterizzano l’avanzare degli anni. Iniziando dal bambino che succhia il latte della madre procedendo per la giovanile focosità amorosa, andando oltre con la “pancia rotonda nutrita da buoni capponi”, fino ad arrivare alla descrizione finale, della settima età, ovvero della seconda infanzia, di un vecchio sdentato, incapace, privato dell’uso dei sensi e a cui non resta nulla. Quindi in questo testo registriamo che l’avanzare dal primo al settimo stadio implica un peggioramento irreversibile.

Nel racconto breve di Dino Buzzati: “Sette piani” (1937), anche questo ben conosciuto dal suo pubblico di estimatori, la storia, la cui l’atmosfera presenta reminiscenze decisamente kafkiane, riguarda anch’essa sette fasi o stadi che corrispondono in questo caso ai sette piani dell’edificio della clinica in cui il protagonista è ricoverato. A differenza però del testo shakespiriano, Buzzati immagina un peggioramento inverso che parte dal settimo piano in cui sono ricoverati i “quasi sani”, ammalati che presentano lievi sintomi, fino a giungere al primo piano, scalando i piani intermedi, dove sono ospitati gli ammalati senza speranza di vita.  Il protagonista, suo malgrado e nonostante vibrate proteste, viene trasferito dai medici ai piani inferiori, dalle cui finestre la visuale del paesaggio diviene sempre più angusta. All’inizio con scuse banali, poi con il pretesto di un presunto aggravamento (a cui lui poi finisce per crederci), fino ad arrivare all’epilogo in cui egli giace al primo piano in semioscurità.

In definitiva non pare azzardato confrontare i due testi scritti a distanza di più di 300 anni, che hanno in comune il numero sette e il deterioramento fisico, vuoi per malattia (reale o indotta), vuoi per avanzamento d’età.

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